IL DIVERSO

Lo specchio è una cosa onesta. E il dolore lo è ancora di più. Non è facile descrivere il male che sentivo: una scossa elettrica mi partiva dal labbro superiore, si muoveva lenta sottopelle, dalla base della narice destra al muscolo procero, e poi esplodeva rovente sulla punta del naso. Significava che ero lì lì, che la perdita era imminente.
Non vedevo l’ora, sul serio. Ero così stufo di girare per strada con le mani sempre aperte in faccia, vergognandomi di com’ero e di quel coso che mi deturpava, così massiccio e a punta.
Marco l’aveva buttato giù da un paio di mesi; Dino se ne era liberato da un sacco di tempo, gli era caduto prima di compiere sedici anni. Praticamente, escludendo lattanti e ragazzini, in tutto il quartiere ero rimasto l’unico scemo col naso ancora in faccia.
A scuola ero diventato lo zimbello di compagni e insegnanti. Ormai non potevo metterci più piede. Ma pur standomene a casa, subivo accuse e ingiurie continue. Sentivo i vicini sul pianerottolo mormorare: «Così grande e grosso e va ancora in giro con quello schifo sulla faccia? Non sarà mica malato?» E come dar loro torto? Mi sembrava di avere un siluro tra gli occhi, un vulcano di muco pronto a esplodere in qualsiasi momento.
L’unica che mi guardava senza inorridire era la mamma, ma anche le sue carezze e le sue parole di conforto s’erano fatte stantie. Prendevo tutti gli integratori possibili, mi spalmavo in faccia chili di pomata, ma non succedeva un cavolo. In pratica, me ne restavo chiuso tutto il giorno in camera a leggere vecchi fumetti e sentire musica techno sparata nelle cuffie a tutto volume. Volevo stordirmi. Spesso grattavo e premevo la punta di quella roba con le dita, sperando di poter stimolare il processo, per liberarmi finalmente dalla pena, dallo scorno e il disagio che non riuscivo più a sopportare. In casa, s’erano accorti che stava per succedere qualcosa. Erano tutti nervosi, ma poco ottimisti. Eravamo già passati per quei falsi allarmi. Un anno fa, mio padre aveva comprato una bottiglia di spumante per festeggiare, che stava ancora lì, sulla mensola, a prendere polvere e a ricordarmi che ero una delusione per tutti.
«Mirko, Giulia! Ernesto! È pronto!»
Spento lo stereo e sfilate le cuffie, mi trascinai fino in cucina, con la mano sinistra allargata sotto gli occhi, come un sipario di ritegno sull’orribile spettacolo. Tradizione del venerdì: in tavola campeggiavano legumi e pesce. Prima di toccare l’orata, dovevo buttar giù tutto il piatto di ceci ripassati con cipolla. Le nostre nonne dicevano che quella schifezza facilitasse la perdita del naso, e così recitava pure la filastrocca che mi era stata ripetuta fino alla nausea. Mangiai cipolla e ceci, e del naso mi disfeci; mangiai carne e pollo, e mi tenni il naso mollo.
La mamma si tolse il grembiule e si mise al proprio posto, spalle alla porta, dall’altra parte del tavolo rispetto alla posizione del babbo. Oggi toccava a lei dire qualcosa prima di pranzare.
«Prima di accingerci a consumare questo cibo, dono del Signore, preghiamo per il nostro futuro e affinché ogni uomo abbia di che vivere in questi tempi incerti» poi mi guardò, sorrise complice e aggiunse: «E preghiamo pure che il nostro Mirko perda finalmente il naso».
Tutti annuirono e impugnarono le forchette. La mamma continuava a fissarmi con tenerezza.
«Allora, come ti senti?» la domanda, apparentemente innocua, ne sottendeva un’altra, più precisa e maligna: “A che punto siamo con la perdita di quel coso?”
Mio padre e mia sorella fecero finta di niente, muti, con la testa sul piatto e l’aria svagata di chi pensa ai fatti propri. Lui schiacciava le patate con la forchetta, lei cercava spine dove non ce n’erano. Si capiva chiaramente che erano ben attenti alla risposta che avrei dato.
«Solito formicolio, ma’…» dissi. «Ma stanotte anche un po’ di nausea».
«Che ha detto?» chiese mia sorella sottovoce.
«Ha detto che sente i formicolii e un po’ di nausea» rispose mia madre.
L’argomento si esaurì. Li avevo rassicurati. Ma non avevo detto loro la verità: i dolori erano ben più intensi e fastidiosi rispetto ai soliti formicolii, non stavo per niente bene. Chi lo sa… io non volevo illudere nessuno.
Prima di alzarmi per scappare nella stanza, li spiai mentre mangiavano il dolce, tutti così belli, così liberi, così sicuri nella loro liscezza, puri e piatti, senza nessuna schifosa protuberanza in mezzo al viso. Evoluti, proattivi, limpidi nella voce e nell’espressione. Come invidiavo i loro volti. Occhi, bocca e fori per la respirazione. Valvole armoniose, nette ed eleganti, che pompavano aria e la restituivano ritmicamente.
Passai l’intera giornata in camera a rigirarmi la punta del naso con le dita, a leggere fumetti che avevo letto già quaranta volte e a giocare a videogiochi passati di moda. Dopo aver ascoltato un’ora di plastic-techno e guardato un po’ di televisione, mi infilai sotto le coperte. Il dolore era aumentato, mi mancava quasi il respiro. Sentivo una puntura lancinante trafiggermi alla gola, poi scosse e spasimi che mi martellavano le tempie e la nuca. Ma ero felice di star male. Speravo persino di star peggio.
Verso le due, ancora insonne per l’ansia e il mal di testa, sentii che qualcosa stava finalmente accadendo alla mia faccia. La pelle mi tirava tutta, il formicolio si era trasformato in bruciore e il dolore da diffuso s’era fatto acuto.
Trattenni il respiro senza muovermi e senza accendere la luce: non volevo che un gesto o qualsiasi altra sbadataggine interrompesse ciò che speravo stesse accadendo.
Il dolore ora era fisso e sopportabile. Forse stava diminuendo, non capivo bene. Di sicuro si stava concentrando solo sulla parte mediana della testa, diffondendosi a raggiera con intervalli regolari intorno agli occhi. Era come se qualcuno si divertisse a tirare una cinghia che mi allacciava il capo. Mi misi seduto, incrociai le dita delle mani e le ficcai in mezzo alle cosce per censurare ogni tentazione di andare a toccare il viso.
Poi la sofferenza sfumò tutta in un secondo. Qualcosa mi cadde dalla faccia precipitando sulla coperta del letto.
Era finita. Sembrava impossibile, ma alla fine era successo… Avevo sete e caldo, la testa mi ronzava, pareva un autodromo pieno di mosche da corsa. Dovevo solo accendere la luce, cercare uno specchio e guardarmi in faccia, per scoprire il mio nuovo viso, finalmente libero, adulto, emancipato. Non potevo crederci: sarei potuto uscire di casa! A testa alta e senza naso.
Aspettai ancora un po’ prima di premere l’interruttore, avevo un po’ di timore, e poi volevo gustarmi quel momento. Contai fino a trenta. Nel buio, allungai la mano, ma non verso il muro per far luce. Affondai nelle pieghe della coperta per recuperare l’appendice che mi era caduta. La raccolsi appoggiandola sul piattino d’argento che, tradizionalmente, si usa in questi casi e che tenevo sul comodino da più di un anno. Poi mi decisi al gran passo e accesi la luce dell’abatjour.
L’urlo che lanciai fece correre i miei genitori in camera. Anche mia sorella sbucò impaurita inciampando con gran fracasso nel mobile dell’ingresso.
Mi trovarono in piedi con una ferita sul lato destro della faccia e con in mano l’orecchio che mi era caduto. Il naso, in tutta la sua imponenza, era ancora saldo e ben attaccato al viso. Come li vidi entrare mi coprii con la mano, che era tutta sporca del sangue che inumidiva l’orecchio e mi colava sul collo.
Il babbo mi prese tra le braccia stringendomi forte a sé, mia sorella corse via. La mamma piangeva sommessamente accucciata vicino al fondo del letto.
«Aiutatemi! Che mi succede?» piagnucolai.
«Che hai detto?»
«Che mi succede?» gridai.
«Figlio mio, non ti capisco. Togliti quella mano dalla faccia! Già con quel naso ti si altera la voce… e tu continui a tenere quella mano davanti alla bocca!» protestò mio padre. Non era arrabbiato. Sembrava impaurito.
Chiesi di nuovo cosa mi stesse succedendo, questa volta senza coprirmi il naso. Nessuno mi seppe dare una risposta. Mamma piangeva sempre più forte. Mio padre allora disse che già gli era capitato di vedere una cosa del genere: saremmo andati dal medico per capire e rimediare.
«Devi stare tranquillo, è una cosa che può succedere» ripeté un sacco di volte.
Dopo mezz’ora di strilli, pianti greci e bestemmie toscane, promisi che mi sarei calmato. Allora mamma cominciò a medicarmi, fasciandomi la ferita, e papà se ne tornò a dormire.
Non chiusi occhio per il resto della notte. Qualcuno, probabilmente mamma, aveva portato via l’orecchio caduto, ma ciò non cambiava le cose. Sapevo di essere anormale. Ma perché stava succedendo proprio a me? Cosa avevo fatto di male per meritarmi tutto questo? Cos’ero? Un mostro? Che malattia avevo?
La mattina dopo non mi alzai dal letto e così feci anche il giorno dopo, nonostante i tentativi dei miei genitori di portarmi a farmi vedere.
Il lunedì fu il dottore a venire da me.
«Mirko, allora, che hai combinato?»
Il dottor Bollani mi conosceva fin da piccolo, tutto sommato era una brava persona, forse una delle poche con le quali non provavo vergogna.
«Dottore, che mi succede?»
«Niente di grave, può capitare. Ora ti faccio una bella visita e vediamo cosa si può fare».
Il medico mi rigirò più volte, ispezionando tutto il corpo alla ricerca di non so cosa, poi sentenziò: «Il ragazzo è sano come un pesce. Per vedere cosa è accaduto devo fargli fare una serie di analisi in clinica. Cose che non posso fare a casa».
«Dottore, io così non esco! Mi faccio schifo!»
«Ma che dici, Mirko? Ora ti faccio una nuova medicazione e ti metti un bel berretto. Nessuno noterà la differenza».
«Ma non è solo per l’orecchio in meno! Voi… voi siete tutti belli e senza naso… Io invece sono un mostro, con questa porcheria che non se ne va e senza un orecchio! Voglio morire».
«Ma il naso cadrà. Cade a tutti! E l’orecchio si rimetterà a posto».
Vidi mia madre sfiorare la spalla del dottore.
«Ma non si può far proprio niente per aiutarlo? Con la chirurgia per esempio?» domandò spaventata.
«No, signora mia» rispose Bollani infastidito. «Il naso deve cadere da solo. Perché intervenire chirurgicamente? Non ha senso. La medicina evita la chirurgia da più di dieci anni. Abbiamo i medicinali, gli integratori… Ci siamo evoluti. Non usiamo più quei metodi barbari».
«Ma Mirko prende le sue gocce già da un anno e mezzo, e non è successo ancora niente».
«Mirko deve avere solo un po’ di pazienza. Come ho detto, la soluzione si trova. Anzi, facciamo così, se non vuole venire in clinica, posso tornare qui con un collega domani o dopodomani. Però le analisi le dobbiamo fare comunque, se no, non riusciamo a capire cosa è successo e non possiamo rimediare».
Feci uscire tutti e chiusi la porta della camera a chiave. Tastai la ferita che si trovava al posto dell’orecchio caduto e pettinai i capelli su quel lato spostando una ciocca della lunga frangetta che mi stavo facendo crescere per nascondere il naso. Mi rinfilai nel letto incurante delle incursioni di mamma che mi pregava di aprire la porta.
«Ho sonno, ma’, lasciami stare».
Mi addormentai a metà giornata e sognai di essere l’attrazione di un circo. C’era un altissimo tendone rosso, con le scimmie, gli elefanti, i leoni. Tutt’intorno a me almeno duecento persone: gli spettatori paganti. Dovunque mi voltassi c’era qualcuno che mi fissava. C’erano anche i miei amici di scuola, gli insegnanti e, in mezzo a tanta gente del paese, i mei genitori. E tutti ridevano del mio naso. Ecco cos’ero: un pagliaccio da circo, uno scherzo della natura, un portento, una curiosità da imbalsamare in un museo di scienze naturali, un obbrobrio da far girare infinite volte per la pista sabbiosa, un atavismo vivente, un primitivo con il volto spaventoso. Un caso umano, con un lucido e viscidissimo pezzo di carne ancora attaccato alla faccia, con due buchi cavernosi e sporchi, un essere orribile e ridicolo.
Mi svegliai alle quattro del pomeriggio in una pozza di sudore. In casa non c’era nessuno. Il babbo era a lavoro e la mamma era sicuramente andata a fare la spesa. Anche la Giulia era fuori: a quell’ora aveva la palestra.
Aprii piano la porta e andai in cucina. Dopo aver controllato che le finestre fossero chiuse con le tende, presi dal cassetto un grosso coltello da pane con la lama seghettata. Nell’armadietto delle medicine trovai il flaconcino di Diothane, la pomata analgesica che papà usava per le emorroidi. Passando per il bagno, raccattai una bacinella e alcuni asciugamani.
Levai il lenzuolo che copriva lo specchio dell’ingresso, che Giulia aveva steso per impedire che mi guardassi, trascinai lì vicino una sedia del salotto, e mi misi a sedere per studiare quel che avevo da fare.
Ciò che appariva mi era infinitamente atroce. Che senso aveva quel rilievo di ossa, cartilagine e carne? Per quale disgustosa ragione il Creatore aveva voluto offendere il volto umano con quel supplemento piramidale di sostanza? Sfiorai le narici, lo scheletro osseo e cartilagineo, la pelle grassa, sebacea e innervata, e rabbrividii. Il naso, quell’orpello inutile, rosa e paffuto, era un marchio d’infamia che gridava al mondo la mia diversità.
Cominciai a spalmarmi con l’unguento. Quando fu secco, appoggiai la parte zigrinata del coltellaccio sulla base della terrificante protuberanza. Non dovevo esagerare, bastava una piccola incisione per facilitare il processo naturale. Nessuno se ne sarebbe accorto… Chiusi gli occhi e tagliai.
Il dolore era odioso e il naso non voleva sapere di staccarsi. Il sangue sgorgava e zampillava da ogni parte. Gli schizzi imbrattavano lo specchio, i vestiti, la bocca, il pavimento, il soffitto. La bacinella si stava riempiendo di sangue e gli asciugamani non riuscivano a tamponare il flusso, ma non mi fermai fino a che non riuscii a strappare dal viso la mia ragione d’infelicità.
Quando sentii cadere a terra quel pezzo innaturale di carne, era ormai troppo tardi. Avevo perso troppo sangue e mi sentii mancare.
Prima di scivolare a terra, con un ultimo sforzo prima di chiudere gli occhi, riuscii a vedere il mio viso finalmente mondato da quell’impurità. Mi vedevo finalmente uomo, finalmente pulito. Non ero mai stato Mirko e ora che lo ero diventato già non lo sarei stato più.