IL GIOIELLIERE

La stanza era vuota e buia. Solo il neon del coffee-shop dall’altra parte della strada che, attraverso la finestra, illuminava a intermittenza la parete di fronte con una tenue luce verde scuro, opaca e diffusa.
Se ne stava seduto con le spalle appoggiate al muro di quel monolocale spoglio a pensare. Riflessioni accurate su una nuova condizione di vita in antitesi alla breve condizione precedente la cui fine, a ben guardare, era stata una salvezza.
“Vita torna in me.”, pensò, “Torna a scorrere libera nei miei polmoni e nelle mie vene.”. Quel pensiero gli arrivò forte e chiaro da un punto imprecisato della sua mente, “Finalmente potrai tornare ad essere il vero te.”, era la sua voce che gli giungeva da un luogo e un tempo indefinito, strana, ovattata, come filtrata dal tempo e arrivata fino a lui dai recessi della memoria.
Ad un tratto era come se si fosse liberato di un grosso macigno che gli stava premendo sul petto. Lo aveva certificato anche il giudice, ora erano ufficialmente separati. Non che ci avesse mai pensato prima, o che lo avesse desiderato. Era come abituato, oramai assuefatto a quella condizione, per poter anche solo immaginare che potesse terminare da un momento all’altro. Non odiava sua moglie, ma a volte era come vivere con un’estranea con la quale era costretto a condividere tutto: i pensieri, i momenti felici, l’intimità. Non che di momenti felici ne avesse avuti molti in tre anni di matrimonio. Uno, forse, il primo premio al concorso di poesia che ogni anno organizzava il pub che era solito frequentare dalle parti di Rembrandt Place. Quello lo ricordava ancora come un notevole momento di appagamento. Ma forse era dovuto esclusivamente al fatto che si fosse trattato di un raro caso in cui qualcosa riguardasse solo lui. Gli piaceva la poesia. Era intima, anche quando veniva letta in pubblico. Poteva esprimere attraverso le parole qualunque emozione, anche la più sordida, rendendola, appunto, poetica.
Non odiava il matrimonio. Non ne comprendeva a pieno l’utilità ma non lo odiava e inoltre era stato molto utile a conferirgli quel senso di normalità e accettazione che solo attraverso quell’istituto veniva socialmente riconosciuto.
Sussistenza morale, sociale e giuridica. La famiglia.
Anche se non poteva parlarsi di una famiglia vera e propria, dato che non avevano mai avuto uno di quei piccoli esserini frignanti che gironzolano per casa come adulti in miniatura, comunemente chiamati figli.
“Sei uno smidollato”, gli aveva detto. “Un essere inutile. Sei incapace di provare e fare provare emozioni. Un essere privo di ambizioni. Sei solo un peso senza alcuna prospettiva di crescita e un impotente.” In realtà quelle parole non lo avevano ferito. Le aveva accettate. Sapeva che quella che ancora era sua moglie aveva bisogno di qualche giustificazione in più per avere abbastanza coraggio da fare il salto della quaglia. Quell’impotente sputato in faccia come una eiaculazione precoce gli dava solo qualche indizio sulle reali motivazioni.
Era ironicamente sorpreso.
Non le serbava rancore, e nemmeno si sentiva troppo infastidito dalla cosa, più che altro il suo sentimento era di indifferenza, ma non era un sentimento sul quale lei aveva l’esclusiva, non lo stava riservando alla donna con la quale aveva condiviso lo stesso tetto negli ultimi tre anni della sua vita, in quanto si trattava di un sentimento che aveva sempre avvertito con più o meno forza nei confronti delle donne in genere.
A volte avvertiva come se quella indifferenza si stesse trasformando in qualcosa di più, in repulsione, rigetto, quasi fino a raggiungere un desiderio di annullamento. Avrebbe desiderato che scomparissero, che lo lasciassero solo, ma non era odio, no, non aveva mai pensato che si potesse trattare di odio verso le donne, più che altro era il disamorarsi per qualcosa al quale aveva rilevato un difetto di fabbricazione, una incomprensibile ragione d’essere.
Lo psicologo dal quale era stato in terapia per circa un mese di quell’ultimo anno aveva detto che il suo era un evidente caso di castrazione del desiderio. In pratica reprimeva il suo istinto a difesa di qualcosa di più grande. Come a dire che si sarebbe volentieri scopato a sangue tutte le donne che incrociava ma che il suo amore per la moglie, iconicamente trasmutata in una rappresentazione quasi divina della perfezione, gli avrebbe fatto volentieri rinunciare a tutto quel ben di Dio facendogli assumere nel contempo una posizione di difesa che veniva esternata nel mondo reale in un sentimento di diffidenza e repulsione nei confronti di tutto il genere femminile.
Quel pigro svuotatasche non ci aveva capito un emerito cazzo.
Non odiava sua moglie, non l’aveva mai odiata, e probabilmente non l’aveva nemmeno mai amata. Veramente, intendeva. Era stata una buona moglie in definitiva. Quanto meno sulla base di quella che era sempre stata la sua concezione dei ruoli all’interno di una famiglia; per la connotazione naturale che aveva sempre assegnato ad una moglie.
Aveva perso tutto: la casa, gran parte dei soldi, l’automobile. Era stata lei a portarglieli via. Ma non era importante. In verità non aveva fatto nulla per non perdere quelle cose. In un certo qual senso gli era anche sembrato giusto. Era il prezzo da pagare per la sua rinascita. Il bozzolo si era finalmente dischiuso e ora doveva essere pronto ad abbandonare tutto quello che rappresentava la sua vita passata per spiccare il volo, anche se si trattava di perdere il lavoro.
Aveva lasciato Roma e il suo vecchio lavoro pagato a nero in un’agenzia immobiliare che aveva solo vent’anni. Era tornato in Olanda, dove era già stato in vacanza solo per un week-end, e adesso erano circa quindici anni che lavorava in una delle svariare fabbriche di diamanti che costellavano Amsterdam. Una delle più importanti. Motivo per il quale tutti i conoscenti o quasi lo chiamavano il gioielliere. Non faceva l’intagliatore, no, non ne aveva la qualifica né tantomeno le capacità, e nemmeno faceva il venditore, non lavorava negli uffici contabili o alla sicurezza, ma veniva adeguatamente retribuito per accompagnare i turisti in vena di sogni in una breve visita guidata all’interno della struttura. Il suo compito era scorrazzarli per un’ora buona in alcune aree delimitate della fabbrica e insinuare in loro la convinzione di poter avere più di quanto si sarebbero potuti permettere. Avrebbe spiegato perché più grande non è sinonimo di migliore, raccontato fatti curiosi su come, ad esempio, un tempo per pesare quelle simpatiche pietre sbrilluccicanti venissero utilizzati i semi di carrubo, o come un diamante a fine lavorazione, tra intaglio e lucidatura, perda almeno la metà del suo peso, e avrebbe terminato la visita nella boutique di gioielli dove i visitatori avrebbero potuto finalmente svuotare i portafogli o il loro conto in banca.
Quella matassa di fili sottili andava lasciata dietro, apparteneva al passato come l’automobile, che in fin dei conti anche acquistarla era stata un’idea di sua moglie. Possedere un’autovettura ad Amsterdam era come avere un barattolo di crema abbronzante nel deserto, un lusso inutile, e poi ad Amsterdam non c’erano parcheggi e la lista per l’assegnazione di un posto auto era di circa quattro anni. Lui amava andare in bicicletta lungo i canali, da casa al lavoro, dal lavoro al pub e così via. Gli piaceva godere delle poche giornate di sole destinate a quella parte di mondo osservando le persone per strada, ascoltare le loro conversazioni, quando poteva farlo, passando inosservato, analizzarne i tic, le movenze, guardare dentro le loro case e carpirne i segreti. Tutto questo con un auto non sarebbe stato possibile.
Non avevano mai litigato fino ad allora, e forse era proprio per quello che gli era parsa oltremodo violenta la loro prima ed ultima lite. Era stata come un’esplosione all’interno di un ascensore. Qualcosa che era rimasto chiuso per troppo tempo all’interno di quel luogo angusto e che spostandosi su e giù, giù e su, era montato a dismisura fino alla maturazione della decisione definitiva di uscire fuori, all’improvviso, nel più plateale e disastroso dei modi.
“Tieni, prendi il tuo stupido trofeo e scomparite entrambi dalla mia vita!”.
Era stato evidentemente lui la causa scatenante di quell’effetto a catena di eventi che li aveva inesorabilmente condotti al giorno della resa dei conti, ciò nonostante sentiva di poter essere clemente con se stesso e anche nei confronti della sua oramai futura ex moglie.
“L’unico trofeo che sei mai riuscito a portare a casa in vita tua. Un concorso di poesia in un pub. Quel covo di ubriaconi che ti piace tanto frequentare. Cosa cazzo vuoi che ne capiscano di poesia quei fannulloni disadattati con il cazzo al posto del cervello.”
Non aveva ben compreso se si fosse trattato di una domanda, ma aveva tanto l’aria di un secondo indizio. C’era di mezzo di sicuro un altro uomo.
“Sì, ma lo sai che io non bevo!”, furono le uniche parole che riuscì a pronunciare. Non si trattava di una risposta vera e propria, né una giustificazione, non un primo accenno di lotta, di scontro, di argomentazione e affermazione delle proprie ragioni, ma soltanto una precisazione.
Era vero. Era l’unica cosa che avesse mai vinto in vita sua. Ma lui amava la poesia, almeno quanto amava andare in bici, se non di più, e fu in quel preciso istante che provò odio verso quella donna, forse per la prima volta.
Aveva sempre pensato che le menti più sensibili, quelle capaci di partorire bellezza, oltre ad essere le più aperte alla diversità erano anche le più articolate e perverse. Prima che con gli altri con se stesse. Erano quelle capaci di pensare e partorire le cose più torbide e indicibili.
Prese il trofeo dalla sue mani e con lo sguardo basso, evitando di controbattere, uscì da quella casa senza voltarsi.
Il suo mondo era stato momentaneamente circoscritto alla pavimentazione in cotto che scorreva veloce sotto i suoi piedi e ad una visione periferica fatta più che altro di luci e suoni confusi.

Domenico Rega

Nasce nel ‘74 alle falde del Vesuvio, fonda il collettivo artistico “quartiere Malastrada”, autore dei romanzi "Gioco di Società"; "Il chitarrista che scomparve in una bottiglia di birra doppio malto scozzese", finalista al premio il "Mioesordio 2016", selezione Scuola Holden; "Vico dei Giganti", segnalato al Premio Italo Calvino 2018, più alcuni racconti pubblicati sui siti di varie riviste letterarie. 

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