IL SESSANTOTTO CAPOVOLTO

IL SESSANTOTTO E LE VIE EUROPEE DEL DISSENSO

“Ho molti amici nel mio Paese e all’estero che, per anni, hanno resistito al regime comunista e che sono stati definiti ‘dissidenti’, io stesso ho vissuto una situazione simile. Ci rendevamo conto, quando ci incontravamo, della prossimità o dell’identità delle nostre motivazioni e dei nostri obiettivi; ci sentivamo tutti dalla stessa parte e abbiamo cercato di aiutarci reciprocamente e di collaborare in tutti i modi possibili. I grandi cambiamenti storici hanno portato successivamente alcuni di noi fin nelle alte sfere della politica e siamo stati chiamati ad assumerci direttamente la responsabilità dell’evoluzione del nostro Paese”.
Václav Havel

La definizione di ‘Europa dell’Est’ è stata per lungo tempo più politica che geografica o culturale, soprattutto in seguito alle vicende della Seconda guerra mondiale e della guerra fredda. Più tardi si è adottata un’altra definizione ugualmente imprecisa: Europa Centro Orientale. In riferimento ai Paesi dell’ex blocco sovietico a volte si usa la definizione di Altra Europa , spesso come escamotage retorico per segnalare la posizione svantaggiata di alcuni Paesi, come sinonimo di maggiore povertà e minore sviluppo.
Negli anni Sessanta quest’area è interessata da varie forme di dissenso, con caratteristiche peculiari nei vari Paesi, maturato con la fine delle speranze ideologiche legate al comunismo, trasformatosi in repressione, persecuzione e censura.
Questo lavoro propone un approccio socio-culturale ai movimenti del Sessantotto e ai fermenti che ha prodotto nei percorsi del dissenso dell’ultimo trentennio del ‘900.
Sarà disegnata una mappa del dissenso, inteso come reazione a quel consensus non spontaneo, bensì imposto anche con la repressione da parte delle autorità, particolarmente in due aree dell’Europa Centro Orientale, la Cecoslovacchia e la Jugoslavia.
Attraverso l’indagine bibliografica e con la testimonianza di alcuni protagonisti, si segue, lungo un percorso interculturale, la storia del dissenso e della ‘resistenza culturale’ in quelle aree dalla fine degli anni ’60 agli anni ’70, mettendo in evidenza anche gli elementi che hanno influenzato il periodo successivo contribuendo a ridisegnare il cuore dell’Europa dal 1989.
Nelle fasi preparatorie e successive al Sessantotto, il secolo pazzo è stato contrassegnato da una concomitanza di eventi storico-sociali, da momenti di trasformazione operanti nella società come stimolo alla ‘resistenza culturale’ che ha gettato le basi per la reazione critica ai ‘totalitarismi’ e l’affermazione dei principi basilari di libertà e democrazia.
Considerata l’omogeneità di alcuni contenuti e il contemporaneo svolgimento delle sue principali manifestazioni, il Sessantotto si presenta come un fenomeno storico dotato di una propria fisionomia e fondato su un insieme di principi egualitari e libertari che si esprimono in una pratica politica radicale.
I protagonisti del Sessantotto offrono nuovi esempi di biografie novecentesche: lotte, esilio, estremismi, ascesa sociale, tradimenti, apostasie, morti tragiche, suicidi, santificazioni di vittime ingombranti. Percorsi anche molto diversi ma cronologicamente concomitanti, in aree la cui affinità non è subito evidente.
Il Sessantotto è una vasta trama di eventi che coinvolge il mondo occidentale e quello orientale con modalità e tempi in parte diversi. La Russia e l’Europa Orientale hanno avuto percorsi specifici, spesso intersecati con il destino di altri Paesi a regime totalitario, per giungere alla fine ad insorgere contro le distorsioni di quel comunismo nel cui nome la sinistra si batteva in Occidente.
Pur non essendo stato una rivoluzione , il Sessantotto ha prodotto qualcosa di ineguagliabile: “la contestazione globale del sistema” , la messa in discussione della totalità dei poteri. I movimenti del Sessantotto sono stati non solamente di denuncia, ma anche di affermazione positiva, con azioni di testimonianza e momenti di costruzione del nuovo, che ponevano le basi per una lotta antiautoritaria costruttiva per un presente e un futuro da perseguire, intendendo la battaglia politica come esercizio effettivo della democrazia, attraverso processi di scoperta, critica e autocritica.
Nel mondo cambiavano i quadri culturali di riferimento. Prima c’erano stati i grandi nazionalismi a portare avanti l’orgoglio delle nazioni e il concetto di appartenenza, ora si pensa invece in termini internazionali, in un’ottica transnazionale che si apre a comprendere il mondo. I giovani di tutto il mondo sentivano affinità e una vicinanza quasi empatica agli altri popoli e agli altri cittadini del globo. Si riaffermava il concetto di ‘umanità’ e ‘fratellanza’, che si diffondeva lungo tutte le coordinate geografiche e sociali, confidando nel progresso e nelle grandi imprese scientifiche intese come passi avanti dell’umanità intera.
La critica all’autoritarismo è stata un elemento comune ai movimenti che si scatenavano nelle diverse nazioni. Le implicazioni trasversali, internazionali, internazionaliste, multiculturali e interclassiste del Sessantotto hanno prodotto uno ‘sconvolgimento’ culturale nel tessuto sociale grazie a vari elementi innovativi. Un nuovo percorso cognitivo scaturito dalla politicizzazione della vita quotidiana era rappresentato dalla capacità di rapportarsi al movimento e alle esperienze personali in maniera critica. Venivano così smascherati e demistificati gli elementi repressivi nell’educazione, nella formazione, nella struttura sociale e nel sistema economico, dando vita ad una fase liberatoria contraddistinta dalla spontaneità.
Sebbene non ci fosse stato nessun coordinamento intenzionale, in varie parti del mondo divampavano moti di ribellione nei confronti dei sistemi economici, politici, culturali e sociali: il ‘Maggio Francese’; la Primavera di Praga; i movimenti studenteschi in Italia e Germania; l’opposizione massiva alla guerra in Vietnam negli Stati Uniti; l’assassinio di Martin Luther King e le sanguinose rivolte nei ghetti neri; la terribile strage di Piazza delle Tre culture a Città del Messico in prossimità delle olimpiadi; il celebre gesto di protesta degli atleti afro-americani che, alla premiazione olimpica dei 200 metri piani, sul podio a pugno chiuso manifestarono l’adesione al movimento del Black Power.
La guerra del Vietnam, successiva alla crisi arabo-israeliana che suscitava il dibattito politico internazionale, può essere considerata l’epicentro della politica mondiale degli anni Sessanta, uno dei temi di più forte aggregazione ideologica per i movimenti pacifisti e di protesta. Affidandosi ai principi del Marxismo, i manifestanti per il Vietnam individuavano nella crisi dell’egemonia militare americana il principio fondamentale per una reimpostazione degli equilibri internazionali.
Se comunemente il Maggio Francese fu considerato il centro propulsore di tutti i movimenti planetari del Sessantotto, è importante mettere in risalto la vasta influenza che il movimento tedesco occidentale esercitò su scala internazionale. Il Maggio Francese è stato un lampo, un fuoco breve e velocemente spento, e di breve gittata furono i contenuti espressi, seppure originali. L’esperienza dell’Università critica di Berlino Ovest, invece, proponeva iniziative che rispecchiavano gli impulsi da cui nascevano: la cosiddetta “lunga marcia attraverso le istituzioni” di Dutschke si poneva lo scopo di trasformare le istituzioni stesse perché l’individuo con queste potesse dialogare e sentirsi così rappresentato. Si sviluppava quindi un moto propulsivo a comprendere le differenze sociali, ad analizzarle.
Il dato che accomunò quasi tutti i movimenti di contestazione fu che questi conobbero gravi momenti di repressione, da Parigi con de Gaulle a Praga con l’invasione delle truppe del Patto di Varsavia, con un clamoroso ricorso alla violenza quasi ovunque. Una violenza di certo non coerente con i fondamenti del movimento del Sessantotto.
Il Sessantotto “non è passato” . Questo “anno unico” è passato alla storia trasformandosi in sostantivo, come è accaduto per il Quarantotto dell’Ottocento e con l’Ottantanove del Settecento (con la Rivoluzione Francese), con il Quarantatrè per le Quattro Giornate di Napoli e, più recentemente, con l’Ottantanove della caduta del muro di Berlino.

Da “Il Sessantotto Capovolto, primavere del dissenso” edizioni Melagrana

Maite Iervolino

Nata in provincia di Napoli nel 1974 ha studiato lingua e letteratura inglese, ceca e serbo-croata presso l'Orientale di Napoli ed ha completato la propria formazione in Irlanda, Repubblica Ceca, Croazia e Serbia. È interessata particolarmente alla letteratura e alla cultura ceca e serbo-croata del Novecento e si occupa di traduzione, studi interculturali, lessicografia e linguistica. Da alcuni anni si dedica a progetti sulla cultura della memoria e della resistenza. Ha pubblicato saggi e articoli su Ivan Klíma, Predrag Matvejević e Giacomo Scotti e materiale lessicografico sulla Shoah e sul Sessantotto e il dissenso. Sugli ultimi due temi ha pubblicato Il secolo pazzo, sessantotto, primavere e vie europee del dissenso (Mephite, 2014). ​Su Ivan Klíma ha invece realizzato La trilogia di Ivan Klíma: La storia, i primi amori, il dissenso (Pecob’s papers series, 2012) ed ha curato e tradotto per la prima volta in italiano il racconto Miriam di Ivan Klima (Mephite, 2012). 

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