LONDON CALLING

Salvatore ha lasciato l’Italia ed oggi vive e lavora a Londra, città dalla quale ci invierà, di tanto in tanto, le testimonianze fotografiche di ciò che lo colpisce o lo emoziona. Sarà l’occhio di un fiume, il nostro Baranduin, sulle sponde di un altro fiume: il Tamigi.
Nel breve colloquio telefonico la prima cosa che Salvatore ha desiderato sottolineare è che lui ritiene Londra un simbolo positivo di integrazione; un luogo nel quale è possibile e reale la convivenza tra persone, profondamente diverse tra loro. Certo anche lì c’è gente che ce l’ha con gli immigrati, con gli islamici, con i pakistani o gli italiani o gli spagnoli o gli indiani o gli irlandesi o, in generale, con chiunque provenga da un luogo situato oltre il suo minuscolo cortile esistenziale. Anche lì ci sono movimenti xenofobi e singoli politici che, per i propri ritorni mediatici ed elettorali, cavalcano la crisi dei rifugiati, dipingendola come l’origine di qualsiasi problema economico o sociale. Nonostante tutto, però, Salvatore ha voluto precisare che ovunque si sia spostato, qualsiasi quartiere della città abbia attraversato, ha sempre potuto constatare che la netta maggioranza delle persone riesce ad andare oltre i luoghi comuni e le semplici apparenze; non si fermano alla religione, al colore della pelle, alle origini o ad altre caratteristiche del genere. Questo atteggiamento lo ha avvertito come predominante e lo ha fatto sentire, sin dai primi giorni, accettato ed integrato, parte attiva di una gigantesca comunità di milioni di individui; uomini e donne, che sono esattamente come lui e che sono in grado, nonostante le notevoli differenze, di vivere, gli uni accanto gli altri, in pace. Ma, al di là, delle esperienze di Salvatore, l’odio e la paura, sembrano rafforzarsi in tanti luoghi del nostro pianeta. 

Londra ci sta chiamando. Lo sta facendo ora, come ha fatto più volte in passato, ogni volta che il mondo è stato sul punto di bruciare del tutto.
Le parole di Salvatore, le sue immagini colorate, la sua fiducia, la sua chiamata, mi ha riportato alla mente un’altra celebre chiamata; quella dell’unica band che contava davvero, “the only band that matters”. Si trattava di una chiamata d’aiuto ed allo stesso tempo di speranza per un mondo che stava andando letteralmente a fuoco, minacciato da piccoli e grandi conflitti. Un mondo che, in fondo, non era così diverso da quello attuale.

“Non siamo dei violenti, ma vogliamo capire il punto di vista del ragazzo con la pistola”, disse una volta Joe Strummer. Quei quattro ragazzi non volevano fermarsi semplicemente agli inni di rivolta del punk, alle molotov ed alle ribellioni di strada, volevano andare un po’ più in là, volevano vedere con i propri occhi cosa ci fosse oltre l’orizzonte. Fu così che, agli inizi degli anni Ottanta, arrivarono ad un album triplo, il celebre “Sandinista”, un viaggio punk attraverso tutte le musiche del mondo; il dito nelle ferite aperte e sanguinanti di un pianeta devastato da guerre e tirannie, pericolosamente prossimo alla distruzione. Si rivolsero all’uomo di strada, quello che poteva ascoltare, a seconda di come si sentisse, il punk o il reggae, il blues o il rock’n’roll, il dub o il rap. Non è mai stato un problema partire sempre dai soliti tre accordi, l’importante è quanto lontano si riesce ad arrivare. Non è facile far ascoltare la propria voce e le proprie idee in un mondo dominato da clown assassini ed uomini senza scrupoli che maneggiano, quotidianamente, denaro sporco di sangue. Uomini che non esitano a sparare le loro pallottole in qualsiasi paese del mondo, nel nome di finte democrazie, semplicemente per difendere i propri interessi e quelli dei loro ricchi amici. Le cose, quindi, non sono assolutamente cambiate dagli anni Ottanta. Quello era il mondo delle continue e ripetute interferenze degli Stati Uniti in America Latina, delle sanguinose guerre afghane, delle rivolte in Tibet, del Cile e del Nicaragua. Ma potremmo continuare il nostro elenco ed arrivare sino ad oggi, passando per le guerre balcaniche, per l’Iraq, la Libia o la Siria.
La guerra non è mai finita, è andata avanti per anni, subdolamente e cinicamente; ha fatto le sue vittime, soprattutto tra i più poveri, quelli che non hanno la possibilità di far rispettare i propri diritti. Londra sta ancora chiamando, ma chi è davvero pronto a rispondere al suo grido di aiuto?
In molti fingono di non sentire; altri vorrebbero far tacere quel richiamo per sempre; e sono tutti ugualmente spietati nel difendere i loro soldi, il loro potere, i loro interessi, la loro bella casa in quel quartiere così tranquillo, la loro macchina nuova, tutti quei costosi vestiti alla moda.
Quelli che potrebbero fare davvero qualcosa di buono, se ne stanno lì, rintanati ed impauriti; ma come pensano di salvarsi, quando verranno a prendere a calci anche le loro porte di casa? O quando li costringeranno ad alzare le mani, mentre prendono la mira e tengono il dito saldo sul grilletto. Cosa farà questa brava gente, quando verrà sbattuta in cella, quando sentirà sul petto tutto il peso della loro “legge” giusta, quando resterà immobile e dolorante sul pavimento?
Joe Strummer e Mick Jones, Topper Headon e Paul Simonon, videro le periferie della loro città diventare, sempre più, dei ghetti invivibili; attesero invano quella rivoluzione che non sarebbe arrivata mai. I critici musicali parlarono di rock da combattimento, ovvero dell’ultimo disperato incitamento alla rivolta, prima che la lotta viscerale tra la visione di Strummer e quella di Jones li conducesse all’inevitabile fine. A quell’ultimo disco, un disco di dolore, solitudine e sconfitta. Abbiamo perso tutti: il lato più oscuro dell’uomo, quello della rabbia e della violenza, quello che non vuole accettare altra opinione se non la sua, in definitiva, ha trionfato.
E adesso che facciamo? – What are we gonna do now?
Il mondo va sempre avanti e cambiò radicalmente, ancora una volta: l’era digitale; i CD; gli Americani scoprirono di avere un Rambo nel cuore ed una nuova guerra sarebbe scoppiata su delle isolette rocciose, quasi disabitate, di fronte all’Argentina. I Clash avevano combattuto la loro guerra e l’avevano definitivamente persa; alla magnifica triade “London Calling” – “Sandinista” – “Combat Rock” sarebbe seguito solo un inutile e fortunatamente fallito tentativo di svendere un nome che, invece, sarebbe entrato – e continua ancora oggi a farlo – dritto nella mente e nel cuore di tanti giovani musicisti, i quali, da lì a poco, avrebbero preso uno strumento e fondato la loro band.
Joe, riconosciuto immediatamente il fallimento, decise di andare a cercare la verità altrove. In tanti, i così detti irriducibili, quelli che poi, sempre più spesso, ritroviamo dietro le belle ed eleganti scrivanie delle multinazionali o delle imprese governative e che amano dare giudizi, senza mai essersi messi veramente in gioco, parlarono di tradimenti e di bugie. Assurdità ingiuste e gratuite a cui è meglio sorridere e guardare altrove, proprio come fece Joe; perché nessun futuro è stato già scritto: “the future is unwritten”.
Io non credo affatto che i Clash mi abbiano mai tradito o che mi tradiscano quando, ancora oggi, ascolto un loro disco; soprattutto quando li sento lanciare il loro disperato, amorevole e folle richiamo di speranza da Londra. I Clash, amici miei, sono l’unico servizio di pubblica informazione eseguito con una chitarra.

Mik Brigante Sanseverino