L’ALBA DELL’INETTO

Piccina fui quando a conoscenza venni della tua stirpe
di piccoli implumi in nido in realtà allora si parlava
ma offesa rimasi, quando, con sittale termine un essere indifeso voleva definirsi.
Mi ripresero, chiarendomi che per inetto si voleva definire individuo che non è in grado di bastar a se stesso
e che senza balia vedrebbe miserrima fine.
Eppure conoscendoti ho capito anni addietro il mio ribrezzo per tale termine…
Perché l’inetto, se tale è ancora al sesto anniversario dei suoi lustri, solo tal disgusto può suscitare.
Ti conobbi con l’insicurezza balbettante,che al cospetto del tuo diverso sesso,
ad esprimer tue contorte espressioni sinaptiche, boccheggiavi in loop le stesse sette parole,
ipotizzando d’esser donna in carriera e ripetendolo al limite dell’ipnosi.
Forse proprio perché, in essenza del tuo ESSERE, ipotizzare d’esser parte attiva di una società panico ti suscitava.
La sera stessa supposte varie di glicerina in giro per la toilette palesavano il tuo disturbo…
E nel frattempo quella delicata persona della tua compagna ti attendeva in camera ignara del tuo imbarazzo.
Posso solo immaginare come l’incontro sia finito…
Eppur lei, cara chioccia e balia mai una volta, da che la conobbi, ti ha negato il suo affetto.
Appreso il quadro del tuo imbarazzo, in varie ci sentimmo un po’ in obbligo di balie,
dispiaciute appunto di tale disagio.
Male pensammo, purtroppo per noi tutte …
L’esplosione dei tuoi lustri invano ci accingevamo a giustificare.
Vari furono i tentativi di coinvolgerti e farti sentire tra amici in luogo sicuro;
tu in crisi andasti, vedendo troppi gentil sessi troppo sicuri e prodighi,
forse in soggezione di dover reggere, nelle sinapsi tue, un síqualche confronto,
troppa pressione ti trasmise e così, persino la tua chioccia fedele allontanasti.
La maltrattasti mentre piangeva, povera cara, anche lei lontana da casa e dai suoi affetti
e tutto l’amor che le mancava, povera ignara, su di te lei riversava.
Ma tu asfissiato ti sentivi e nel tuo gruppo di amici ti rifugiasti
a parlar di quanto fosse “uomo” il tuo degno compare
che fiero dichiarava di passar le sue giornate sbeffeggiando, schiaffeggiando ed ingiuriando l’ex compagna, ormai riappaiata con altrui, persino all’uscita della sessione dell’esame in mondo visione.
Cosa percepita all’occasionale orecchio di passante fortuito, inettamente offensiva e sicuramente fantascientifica,
mai potendocisi augurare che in pubblica piazza nessuno ci fosse a reagire a tale offesa nei riguardi di una giovin donzella.
E soprattutto sconcertata della tua fierezza e convinzione nel congratularti con siffatta gretta bestia.
Ma allora la lampadina si accese: che l’inetto e la sua razza é tale non solo in quanto non bastevol a se stesso in sopravvivenza
ma anche e in primo luogo nella sicurezza del suo essere che l’ormonal produzione arresta
e sminuendo il suo eccentrico EGO, come infausto periodo di siccità rinsecchire i suoi pomi vede,
che come sunsweet al sole scurite si ritiran nella loro vergogna dubitando d’esser mai scese al sole.
Ma tale storia di inetti e balie, ora, ben capisco perché mi irritò talmente già da giovin creatura.
Perché l’istinto grave di alcune balie é tale da non riconoscer la prole non atta che danneggia e semina morte nella prole sana
e l’istinto senza raziocinio di tal balia rifiuta lo spartano concetto del sacro monte e del sacro volo,
un suicida istinto di poter tutto correggere e recuperare le spinge a rincorrer tale gramigna asfissiaraccolto e piantarla ovunque.
Ed é proprio con l’aiuto di tali MALEBALIE che tradisti ripetutamente la povera anima
che, incomprensibilmente, per te tale affetto nutriva e che ignara, nel suo bene MAI tale immagine avrebbe la sua fantasia sfiorato.
Sittanto era il bene e la fiducia che questa buona anima inspiegabilmente, nonostante i tuoi modi e le tue offese, in te vedeva.
E magari lei una luce nascosta davvero in te aveva vista e ci credeva più di te stesso
e dell’antiormone della tua insicurezza che i tuoi pomi, come i fili di un burattinaio, la sua marionetta nel sipario tirava.
Ma neanche la mala balia ti placava né pace ti dava
e a lamentarti cominciasti che la tua scorsa balia con il suo, a tua definizion “soffocante affetto”, ti mancava,
perché, a tuo dire: tu sotto una tortura ed un’asfissia dovevi campare perché senza non sapevi stare.
Ed è certo che non sapevi stare perché l’assenza di un capo esterno a cui imputare la causa dei tuoi mali, peggio ti faceva stare.
E così quella sera, vedendo rientrare in casa quell’anima ingenua,
quando solo qualche ora prima la mala balia dal tuo letto il volo aveva spiccato,
tale fu la sofferenza nel mio stomaco per quell’anima bella e incapace di vedere in te alcun male
che io neanche potei fargliene distruggendo il di lei falso idillio e la gioia nei suoi occhi che tu l’avessi chiamata.
E nulla seppi dirle se non quello che vedevano in lei i miei occhi
e quello le dissi:”Quanto sei bella oggi anima bella… Sono felice di rivederti…”
Ma tu, nel frattempo che entrambe le tue balie continuavi a torturare, nei tuoi limiti,
il mio pensiero percepito lo avesti: che quanto di brutto vedo nell’inetto tanto ne vedo nelle balie
che la realtà rifiutano di accettare e tutti i piccoli condannano a morte per giustificare l’unico senza speranza.
Capisti tu, perlomeno quello,
che se pur l’animo mio in Atene dimora il pensiero spartano,
in alcuni sacrosanti casi, non mi sentivo di disdegnare e che anche per me quel monte sacrosanto era.
E così i tuoi “strizzapomi” quel poco ti riscesero, quel tanto da mettermici a sedere
e vedere in me un’altra causa dei tuoi homemade mali.
Si aprirono così le accuse e urla persino a sospiri per miei cavoli giornalieri quando,
un tale essere tra i quali tu ti annoveri, manco l’ultimo poteva esser tra i miei pensieri.
Ma questa é appunto la natura dell’inetto: la convinzione intrinseca d’esser il centro del mondo di qualsivoglia balia.
Eppur la tua natura mai tradisti e,
anziché affrontare me quale nuova fantomatica causa del fallimento che in te,
rigogliosamente, come quercia secolare le sue radici sempre più affondava,
ferirmi preferisti prendendo la vile via di massacrare un’anima indifesa,
uccidendola e causandole tremende sofferenze, convulsioni e dolori atroci
in una morte sofferente e straziante che per otto lunghe ore patimenti mostruosi
a una povera anima innocente e buona ha provocato e di dolore e di senso di impotenza me aveva distrutto.
Ma nel mio non considerarti affatto, ancora come ultimo dei mali possibili ti catalogavo
e mai il pensiero poteva sfiorarmi che un tale inetto e insulso essere causa di tanto male potesse essere.
Ma la tua stessa natura d’inetto, sempre quella, ha portato a tradirti
e vedendoti alla fuga costretto, in mancanza dell’ala di alcuna balia,
la figura a cui conto dovevi dare pur di scappare, chiamasti
millantando e attribuendo alla mia persona mali improbabili nei confronti della tua inutil, quanto malefica figura.
Ignara, a pelo appena della perdita, del lutto e del mio strazio,
urla destabilizzanti di costui, a subire mi trovai
e nulla capendo in quel momento i miei affetti decisi di raccogliere e portare in salvo da inetti che,
cresciuti dalle malbalie italiane,
come avvoltoi le loro frustrazioni, delle carcasse di anime indifese voglion nutrire,
tentando i loro mal d’ animo di sfogare invano.
Ma su di me ANTIMALBALIA mai purtroppo i vigliacchi indirizzeranno direttamente il loro stesso veleno,
che l’ego gli logora, sempre cercheranno vigliaccamente di annegare i pulcini sani che tu stai difendendo.
Capisco ora perché tanto schifo avevo del definire un pulcino sano INETTO.
Resurrezione invoca il tuo nome ma se tal guano è ciò che in vita deve persistere,
tutta la mia vita senza di ombra il dubbio, sul sacro monte Taigete,
il necessario e vitale Anubi con tutta la forza per tutta la mia esistenza voglio invocare!

Ipazia d'Alessandria

Medico veterinario, per scelta e passione. Amante delle discipline classiche, ma anche dello studio della chimica, della fisica e della matematica. Convinta, infatti, che un pensiero libero debba essere un pensiero capace a 360 gradi, senza alcun limite di comprensione. Da sempre, fin da bambina, guidata da un profondo senso di giustizia che la spingeva ad assistere ed aiutare coloro che erano meno svelti e capaci di difendersi fisicamente; coloro che venivano presi, puntualmente, di mira, sia persone che animali indifesi. Istinto che ancora la pervade, perché Ipazia non può far a meno di intervenire laddove vede ingiustizie; non è qualcosa di razionale, ma qualcosa che si muove spontaneamente nel suo inconscio e che subentra prima di qualsiasi ragionamento. 

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