LA GENIA DEGLI UTILI

La strada percepita dall’ascoltatore 
esibisce la sua mutevolezza, dirigersi di mezzi
frecce, autocarri e scopi parziali, miopi
piaceri, dolori quotidiani, lavorare, perpetuare
la propria razza, l’abitudine di essere
mettere al mondo occhi, cose a cui si somiglia
nei tessuti profondi, mentre si va a picco
più a fondo, dicendo addio all’attaccamento
al proprio campo visivo, mandorle
che ritagliano, che hanno nascosto e mostrato
corpi, movimenti, seduzioni della specie

non importa che tu abbia scritto o meno
edificato o sprecato, non conta, fa’ e disfa
la stessa treccia, dai forma precaria, definisci
il gesto inutile, il gusto del tuo sgretolarti
senza perché, attraversando la morsa, il batticuore
dell’insonnia, dei risvegli intempestivi
come schiaffi, rimproveri che la vita t’impone
per arretrare dall’abulia – mai in fondo invitta
dalle voci del mondo, dalle forme del vivere
dagli ammicchi della carne – per retrocedere
dal vizio divino, sganciarsi dall’umano
equipaggio, dalla ferrea giurisdizione dei giorni

nessuno ti chiederà di andare oltre, di scavare
a capofitto, senza condizioni, riserve
dietro lo stato delle cose, come una missione
ma di adeguarti, perdere caratteri
frequenze, regolare il battito cardiaco
con quello lavorativo, sacrificarsi sull’altare
della cronaca, tu scarto, merce inadeguata
illuso della tua condizione, destino, sigillo
o maledizione ridicola, declassi la genia degli utili
alla specie di animali provvisti di stipendio

così impegnando la vita secondo leggi altrui
costretto a fare un passo fuori dal tuo autismo
nella coercizione di forze umane e non umane
senza una fuga o una tana, raffreddi
i liquidi del corpo e le viuzze delle vene, stringendo
un patto col gelo, contrapponendo la tua salute
a quella del mondo, cercando di tenere a bada
i dissesti del corpo, i rubinetti che colano
i grumi moltiplicati nel seme e la natura che vorrebbe
sputarti fuori dal creato, come un tappo
o una zecca, come un errore qualcosa di sbagliato.

Pasquale Del Giudice

Pasquale Pietro Del Giudice, classe '87, ex promessa del calcio e di qualunque cosa, ha ottenuto l’investitura nel mondo della poesia e della musica dal sito di Scaruffi e dai filoni nella villa comunale di Nola, ha tendenze al pensiero pesante, risulta indigesto a se stesso, tenta tuttora di sfuggire alla taratura umana in compagnia di un amico rumeno, Emil Cioran. Laureato in filosofia, vive a Napoli, ogni tanto rinfocola le sue velleità poetiche, che per la maggior parte del tempo riesce a tenere a bada. È di prossima uscita il suo primo libro di poesia "difetto di coincidenza" per i tipi di Oèdipus. 

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