LA FINESTRA APERTA

C’era un uomo che passava le sue giornate seduto davanti ad uno scrittoio di legno, senza mai alzare gli occhi da quel suo quaderno con la copertina completamente nera.
Sole o pioggia, estate o inverno, caldo o freddo, nulla riusciva a rapire la sua attenzione. Restava imperterrito e silenzioso, serio e pensoso, al suo solito posto, con la sua penna stretta tra le dita. Non gli interessavano le ricchezze, la fama o il successo; non desiderava il potere, né beni materiali e neppure far colpo su qualche piacevole ragazza che fosse passata da quelle parti. Aspettava altro.
Il suo mondo iniziava e finiva tra le pagine di quel quaderno, sul quale cadevano i suoi pensieri e le sue speranze, le sue paure e le sue emozioni più intime. Tutte le parole che non avrebbe mai urlato, che non avrebbe mai pronunciato e neppure semplicemente sussurrato.
Un bel giorno una nuvola vagabonda e desiderosa di conoscere e capire cosa c’è oltre il velo effimero delle menzogne, incuriosita dall’insolito comportamento dell’uomo, iniziò ad osservarlo sempre più attentamente. Fece la stessa cosa anche il giorno dopo e quello dopo ancora, poi il vento decise che fosse giunto il momento di soffiare e la spinse altrove, assieme alla sua curiosità.
La nuvola, ben presto, presa dal mondo e dalle tante creature che lo popolavano, dimenticò l’uomo e le sue strane abitudini.
Dopo un anno, però, il destino, che spesso ama prendersi gioco delle nostre debolezze, fece sì che tornasse. Non appena vide la casetta, si ricordò immediatamente dell’uomo strano e taciturno e si affrettò a controllare se egli vivesse ancora lì. Con suo sommo stupore lo ritrovò esattamente dove l’aveva lasciato, con una penna stretta tra le dita e gli occhi fissi sul quaderno dalla copertina nera. Che strano, stava pensando tra sé e sé, quando il vento, imprevedibile e bizzoso, la spinse velocemente via, senza darle neppure il tempo di guardare la casetta per l’ultima volta.
Tornò dopo cinque anni, l’uomo era un po’ più in carne ed aveva qualche capello bianco, ma sedeva sempre al suo posto, tranquillo e concentrato come al solito. La nuvola provò a chiedere alle sue compagne nuvole se ne sapessero qualcosa, ma nessuna seppe dirle alcunché. Chiese persino notizie al vento, la cui unica risposta fu soffiare violentemente e spingerla lontano.
Ci furono altri ritorni ed altre partenze; l’uomo cambiava, ogni volta, un po’: i suoi capelli si facevano sempre più bianchi ed il suo corpo iniziò pian, piano a farsi sempre più piccolo; solo i suoi occhi restavano sempre gli stessi, vivi, brillanti e fissi sul suo quaderno dalla copertina nera.
Neppure gli uccelli avevano saputo darle informazioni al riguardo, per cui, una notte, approfittando del fatto che fosse un’estate particolarmente calda e che l’uomo avesse lasciato la finestra del suo studio aperta, la nuvola decise di scendere sulla Terra ed andare a controllare di persona.
Non era mai accaduto prima d’allora e probabilmente non accadrà mai più, che una nuvola decida di abbandonare il suo sicuro posto nel cielo. Fatto sta che quella soffice creatura entrò nel piccolo studio e si sedette, comodamente, davanti allo scrittoio di legno. Il quaderno era lì, come sempre, al suo posto. La nuvola lo aprì pian, piano, con cura e rispetto. Guardò l’ultima pagina, quella che l’uomo misterioso aveva scritto durante quell’ultima giornata, ed i pochi versi che essa conteneva:

La finestra si apre alla notte,
mostra più di quello che riusciamo a vedere:
oltre le case vicine, oltre le montagne,
oltre ogni più remoto orizzonte,
persino oltre i demoni che ci tormentano l’anima;
lei coglie ogni riflesso passeggero,
ogni verità accennata, sotto voce,
nel cuore capriccioso delle tenebre;
non importa se le tende si agitano rabbiose,
sospinte dai cupi venti della diffamazione,
o se una lucciola decida di sfogarsi, danzando, incurante,
tra la vecchia libreria e lo scrittoio, non importa…
purché tu riesca a leggere ciò che si nasconde
negli spazi che separano le parole,
in quegli spazi vuoti dove, un tempo,
le nuvole davano forma, in un cielo terso,
ai nostri più intimi e sfuggenti pensieri