GITA A FIRENZE

Si attaccò alla spalletta di Ponte Vecchio e abbracciò sua figlia Costanza, già perso nell’indolente scorrere dell’acqua giallastra dell’Arno. Vanamente ricercò il riflesso del loro abbraccio sulla superficie appena increspata dai fluttui, allora guardò per aria e poi il viso di Costanza, i cui occhi s’erano già da un po’ allagati di incanto.
«Fino al Cinquecento, questo qua era il ponte dei beccai» disse il signor Bonetti alla figlia. «Un ghetto, dove i signori fiorentini costrinsero tutti i bottegai della carne per evitare che imbrattassero di sangue e odore di morte le strade più centrali di Firenze. Fu poi Ferdinando I dei Medici, così mi par di ricordare, a farli sloggiare per far posto agli orafi e ai mercanti di preziosi».
Quanta arte, quanta storia per le strade di Firenze! Tutto così bello e nobile… A parte i fruitori, pensò il signor Bonetti, mentre osservava con ribrezzo le invadenti e ululanti frotte di vacanzieri che si ammassavano sul ponte e il selvaggio ciarpame messo in commercio dagli ambulanti. Non era tanto il numero dei turisti a disturbarlo, quanto la distratta partecipazione del volgo incolto di fronte alla massima arte. Firenze violata. Firenze ostaggio del popolo dei selfie e dei fast-food, dell’errore celato nell’ideale di democrazia culturale.
«La cultura non può essere per tutti!» ragionò ad alta voce. «E non lo dico per classismo. Perché dovremmo accogliere turisti che nulla sanno e vogliono sapere del Rinascimento? Per i soldi? E allora il Comune dovrebbe far entrare in città soltanto i turisti russi, che magari sono ignoranti come le capre tale e quale agli altri, ma almeno portano ricchezza… Quelli sì che son pieni di rubli da spendere. Oppure i giapponesi, abbastanza stupidi da permettersi di scialacquare centinaia di euro nelle botteghe degli artigiani e nei ristoranti di classe».
La figlia annuì pensierosa. Un minuto più tardi, strinse la mano del padre per tirarselo lontano del ponte. Si lasciarono risucchiare dal lento pascolare della moltitudine e sedurre dal simbolo stesso del potere mediceo: palazzo della Signoria. S’avvicinarono, affacciandosi con deferenza sul selciato antico. Sotto il lato più lontano della loggia chiamata dell’Orcagna nugoli colorati di giapponesi e cinesi attendevano sorridenti, in fila per due, per entrare agli Uffizi. Le guide sventolavano bandierine con disegni ridicoli, per paura di perdersi qualche pezzo del gregge per strada. Tutt’intorno, altri turisti, file che guardavano le file. Quanti erano! La statua della Giuditta, tuttora intenta a segare il collo di Oloferne, sembrava più interdetta del solito, offesa dai rifiuti che ne circondavano la base: resti di patatine fritte in carta gialla, pacchetti accartocciati di sigarette e lattine di birra.
Bonetti aveva chiesto un giorno di permesso al lavoro per venire a Firenze con Costanza. La sua bambina si era sempre dimostrata sensibile all’arte e curiosa di storia. Avevano già attraversato piazza Pitti e ammirato il palazzo, che il Bonetti volle definire superbo, e dato uno sguardo al retrostante giardino di Boboli e ai dintorni di Porta Romana.
Poi a un tratto, tra i persistenti schiamazzi della folla, si erano alzate delle urla sguaiate, pericolose. Bonetti si voltò sgomento inquadrando il passaggio di una classe del Sud. Una trentina di ragazzini di undici o dodici anni: la stessa età di Costanza. I maschi con la testa rasata, i pantaloni stretti e i brillanti all’orecchio, le femmine già in minigonna, con il trucco e i tacchi. Cianciavano e bestemmiavano. Gli ultimi del gruppo tiravano calci e schiaffi a quelli che stavano davanti; i primi sputavano a terra e ascoltavano musica neomelodica dal telefono. A tutto volume: una canzone su un uomo che aveva baciato sua cugina e che si preoccupava riguardo alla possibile reazione dei parenti. La professoressa accompagnatrice non si preoccupava del fracasso prodotto dalla marmaglia. Scriveva messaggi al telefono, ogni tanto alzava lo sguardo e mormorava stanca: «Scognamiglio! La vuoi finire? Statti fermo con le mani. Rossella, arò vai? Non ti allontanare». Ma Scognamiglio non la finiva e Rossella non si fermava…
Bonetti scosse la testa e trascinò la figlia più lontano. Vide cartacce e cocci di bottiglia che galleggiavano nella fontana del Nettuno e due buste di plastica che svolazzavano in direzione di via dei Calzaiuoli. Dopo qualche passo, gli capitò di inciampare in una montagnetta isolata di rimasugli di cibo, immondizie e fazzoletti sporchi, tutti ricordi lasciati dagli scolaretti. Eh, fortunatamente il signor Bonelli aveva fatto una figlia meravigliosa: Costanza era una ragazza educata al rispetto e al gusto del bello. Vi era in lei una sensibilità innata per la cultura, e vederla così attenta, partecipe, così diversa dai suoi coetanei, stava ripagando il padre dei tanti sacrifici che aveva fatto per farla crescere in un certo modo.
«Speriamo che lo zefiro ponentino superi gli Appennini e spazzi via da Firenze quest’ostile e rumorosa marmaglia» disse il padre in piazza dell’Olio, mentre la figlia si spostava sotto la severa ombra delle antiche torri gentilizie.
Costanza sorrise. Le piacevano un sacco quelle uscite retoriche del babbo. E alla fine del sorriso, facendo qualche passo indietro rispetto ai portici, giunsero in via Tornabuoni. Da lì proseguirono verso il Duomo, il cosiddetto Cupolone, per poi rientrare in via Calzaiuoli, tra i palazzi storici, dove un tempo trovarono luogo le botteghe di Donatello e Michelozzo e ora mercanteggiavano i grandi marchi internazionali del lusso. Il signor Bonetti indicò alla figlia la folla che si accalcava intorno al negozio della Disney, ignorando completamente la splendida chiesa di Orsanmichele. Più avanti, all’angolo con via delle Oche, dove resiste una delle logge familiari degli Adimari, un turista aveva tracciato col pennarello rosso un suo pensiero poetico: Cristiano Ronaldo gobbo infame per te solo letame.
«Tra dieci o vent’anni non troveremo più nulla che possa dare il senso della conservazione delle antiche opere. Qui manca proprio la cultura del rispetto» sussurrò il padre dinanzi a un baracchino che trafficava magliette taroccate di calciatori occultando il portone di una dimora rinascimentale. «Ah, povero, ingenuo Dante, che si lamentava della sua Fiorenza! Potesse guardare ora com’è ridotta la sua città, chissà come reagirebbe… Nessuno visita più palazzo Davanzati. Tutt’al più si butta un’occhiata distratta alla falsa casa di Dante, dato che lì vicino hanno aperto un pub con tutte le birre straniere e un negozio di panini al bacio. Costanza mia, avessi un ruolo nell’Amministrazione pubblica, stabilirei immediatamente il numero chiuso per i visitatori. Non solo… Istituirei un esame obbligatorio per tutti i turisti, un questionario di dieci domande, per saggiare la loro capacità di apprezzare opere e artisti. Non è mica giusto lasciare Firenze in mano a questi bivaccatori senz’arte né parte! Guarda che gente! Osano farsi il bagno nelle fontane storiche, toccano il culo alle statue e si fanno centinaia di foto idiote e immorali dinanzi ai monumenti che significano la nostra cultura, senza capire nulla, senza sforzarsi di guardare, di studiare».
Dopo aver accelerato il passo per superare altre scolaresche guidate da docenti scoglionati, Bonetti e figlia arrivarono in vista di quell’autentico capolavoro che è la cattedrale di Santa Maria del Fiore, altrimenti detta il Duomo di Firenze. Anche qui il Bonetti volle illustrare a Costanza l’importanza dell’opera, citando Arnolfo di Cambio, Giotto e alcuni concetti relativi alla modernità e la funzionalità del progetto. Si fermarono proprio di fronte all’ingresso principale in modo da avere alle spalle il battistero con la porta di formelle d’oro del Ghiberti. Il senso di assoluta armonia che quella visione ispirava al Bonetti non poteva essere infranto neppure dall’irrispettoso vociare della plebe. Guardò la grande palla dorata che adorna la punta della cupola e raccontò a Costanza come, secoli orsono, quella sfera era rovinata a terra rimbalzando e lasciando nel terreno una enorme buca. In quello stesso posto, a futura memoria, era stata lasciata una targa vergata sul selciato, per ricordare il fatto. Dov’era? Impossibile rintracciarla con tutta quella gente. La maggior parte dei turisti calpestava quella targa senza rendersene conto. E lo stesso succedeva con la pietra dove venne bruciato il Savonarola, in piazza della Signoria, dove gli abbrutiti continuavano a sedersi, senza chiedersi che cosa vogliono dire quelle poche righe incise nel cerchio.
Si stava facendo sera, e presto padre e figlia sarebbero dovuti rientrare a casa. Ma era una consolazione vedere la piazza svuotarsi e ammirare finalmente le bellezze del centro libere dall’ignoranza e dalla volgarità dei turisti. Il Bonetti chiese a Costanza se le andava di rimanere per qualche altro minuto. Lei disse di sì, allora si mossero di nuovo verso palazzo Vecchio, sperando di poterlo osservare con più calma. La piazza era già più sgombra, ma inesorabilmente corrotta e svilita dai residui abbandonati dai turisti che l’avevano infestata.
«Mia adorata, vuoi qualcosa al bar? Vado un secondo a vedere se è possibile usare il bagno» annunciò il padre.
«Non ho sete, babbo. Va’ tranquillo ma torna presto» disse lei sorridendo.
Il signor Bonetti raggiunse di corsa il bar nel palazzo della Banca di Toscana. Sbrigò tutta la fila, acquistò una bottiglietta d’acqua a cinque euro e poi richiese, con la massima cortesia, dove potesse dirigersi per usufruire della toilette. Il cassiere, con tono scocciato, spiegò che il bagno era inagibile e che conveniva provare ai bagni pubblici in via Filippina.
«Fin laggiù?» domandò Bonetti.
«Eh» rispose il cassiere.
Era abbastanza lontana, quella via. Bonetti indugiò dinanzi alla cassa, senza riuscire a stimare in previsione l’esatto limite di sopportazione elastica del suo sfintere. Pur senza aver risolto il dubbio, s’avviò. Provò in altri due bar e in un ristorante. Niente da fare. Il bagno era inagibile, occupato, solo per donne o privato. Che indecenza! Colpa dei turisti anche in questo caso, pensò Bonetti. Erano costoro che obbligavano i commercianti a chiudere i propri servizi, per proteggersi dallo sfruttamento indiscriminato, dall’abuso e dallo squallore.
Entrò nel cesso annesso a un punto di ristoro gestito da nordafricani che cucinavano carni sagomate e infilzate in uno spiedo verticale esposto a mosconi e altri insetti. Meno di un metro quadrato di spazio, separato dal bancone di vendita da una porta a soffietto di plastica. Probabilmente il luogo più stomachevole e sudicio in cui fosse mai entrato. Non ce la fece. Gli era impossibile sostare in quella forra allagata di urina e imbrattata di deiezioni.
Quasi di corsa arrivò ai bagni di via Filippina. Erano chiusi. Qualcuno, volle informarlo una vecchietta che raccoglieva l’elemosina all’angolo, aveva esploso dei botti in un water, distruggendo l’intera aria di servizio.
Scandalizzato, il signor Bonetti s’allontanò indietreggiando. Forse conveniva ricongiungersi a Costanza e lasciare il centro, sperando che i dolori di pancia si calmassero almeno per dieci minuti. Ma in via dei Gondi il progetto di continenza dell’uomo entrò definitivamente in crisi. Il fiato gli si spezzò e Bonetti cominciò a sudare freddo. Avanzava coprendosi la pancia con le braccia, come una donna incinta che protegge la propria creatura. Sconvolto dallo spasimo, sempre più acuto, m’aggrappò a un ambulante chiedendogli di aiutarlo, ma questi si scostò intimorito o insensibile, e lo lasciò solo.
Scorse una camionetta dell’esercito e, dietro quella, un’ambulanza. Corse loro incontro e li pregò, quasi con le lacrime agli occhi, di accoglierlo per permettergli di liberarsi. Gli infermieri cominciarono a ridere, i militari a rimproverarlo.
«Mica l’è un infarto! S’allontani se non vuole essere schedato. Questa ambulanza serve per le emergenze».
Quasi a spintoni gli suggerirono la strada che conduceva in piazza. Bonetti si trascinò per duecento metri, in preda a dolori che mai aveva vissuto in vita sua. Vide Costanza, ferma di spalle e in solitudine, a fotografare la facciata del palazzo Vecchio o la statua, amara ironia, intitolata a Ercole e Caco. Non voleva spaventarla, così la superò, senza chiamarla. D’istinto, raggiunse la loggia edificata da Benci di Cione e Simone di Francesco Talenti. Si sentiva sul punto di svenire, come il Patroclo trattenuto dalle braccia di marmo di Menelao. Tra quella statua e la parete di fondo notò lo spazio necessario per stendersi e probabilmente collassare. Ma le gambe riuscirono ancora a sorreggerlo, così si accovacciò. Intorno non c’era più nessuno.
Fu l’istinto a guidarlo: sull’immacolato e prezioso pavimento cinquecentesco trovò un piano adeguato ai suoi scopi. Si calò i pantaloni e si lasciò andare. L’Ercole del Giambologna spezzava il collo del centauro Nesso. Perseo mostrava orgoglioso la testa della Gorgone. E il signor Bonetti defecava, contemplando l’arte e le virtù delle passate genti.
Si riconciliò con sua figlia sette minuti dopo, bianco in volto e sudato. La piazza era quasi vuota, ma la ragazza desiderava nutrirsi ancora di quella bellezza e istruirsi su altri aspetti della storia della città. Domandò al padre che le parlasse meglio del Marzocco, lui si asciugò la fronte e l’accontentò. Lo pregò di poter studiare da prospettiva più adeguata la facciata di palazzo Uguccioni, e di nuovo lui esaudì la sua richiesta. Lo implorò di visitare la loggia della Signoria, con le statue di Perseo, Patroclo ed Ercole. E lui le disse di no, con una certa severità. Era davvero tardi, le spiegò, ed era meglio lasciare nel mistero quell’ultima meraviglia. Così lei stessa, da grande, avrebbe avuto un motivo in più per tornare a Firenze, e ricordarsi di quando c’era stata col suo babbo e di quante cose belle avevano visto e fatto insieme.