POVERO CRISTO

Alcuni germani variopinti si affannano lungo il greto del Mugnone. Mi attardo osservandoli, al sole gradevole di fine inverno. Guardo l’ora, devo procedere. Raggiungo l’edificio antico e austero, probabilmente progettato da Giuseppe Poggi a metà del 1800. Varcato il portone mi investe una sottile scia che sa di lezzo vecchio e asfissiante.
Arrivo al piano: qui l’odore di laido prende ancora più corpo. Sospetto che il mistero sia dietro il campanello che mi accingo a suonare.
Appena l’uscio si schiude mi investe un fascio di fetore caldo e di polvere densa che mi fanno bruciare occhi e gola. Una piccola figura raccapricciante, forse una lontana parente di Gollum, prima di farmi entrare, mi scruta con espressione interrogativa. Non sembra, ma è una donna di età ed aspetto indefinibili: baffi e barba, capelli unti e disordinati, abiti sciatti e macchiati, andatura da pinguino, voce monotona.
Sono seriamente perplesso: ma dove sono andato a finire? E se facessi dietrofront e andassi via?
Invece mi do un contegno professionale mentre il puzzo mi pervade: lo sento entrare nelle fibre dei miei vestiti e intrufolarsi tra i pori della mia pelle.
Mi fa strada: seguo lei e la scia di sudore stantio che proviene dal suo corpo.
Le suole fanno attrito sul pavimento. Guardo a terra con più attenzione, scopro una moquette composta da sudicio uniformemente depositato e stratificato che ha coperto l’impiantito originale. Tutto pare fermo a raccogliere la polvere del tempo che passa. Gli unici oggetti puliti sono le numerose bottiglie di superalcolici, posate a terra e addossate al muro.
Quelle ammezzate le vedo ai due lati del letto matrimoniale, più luccicanti di due lampade da comodino.
Il paziente è sdraiato nel letto.
Ricorda il Cristo Morto di Hans Holbein il Giovane: magro, barba lunga di diversi giorni, coperto da un lenzuolo lercio.
La biancheria stesa sul letto è marchiata, come una sindone, dalle silhouettes color terra bruciata dei loro corpi: dormono sempre nella stessa posizione.
L’odore di chiuso mi soffoca, provo a chiedere se si può aprire una finestra, ma la richiesta non viene accolta.
Mi guardo in giro curiosando. Cerco di capire cosa fare.
“Lei e sua moglie vivete da soli?”
“Non è mia moglie, è mia figlia. Siamo rimasti soli e viviamo insieme.”
Ammazza, come li porta male gli anni.
Lui mi racconta che una mattina il genero era passato dal sonno alla morte, senza rendersene conto.
La parente di Gollum aveva pure trovato marito. Roba da non crederci!
La figlia, non potendo restare sola, tornò a vivere con i genitori. Dopo poco morì anche la madre e si ritrovarono soli.
Adesso guardo con raccapriccio le due sagome di sudicio impresse nelle lenzuola del letto matrimoniale, mi prende un senso di disgusto e non solo per l’odore.
Loro due, la sera, nel silenzio tombale della casa, obnubilati dai fumi dell’alcol, sdraiati accanto, sul lettone, immobili come due salme, unico segno di vita nelle orecchie: il sincopato bum bum del battito cardiaco e il rumore peristaltico secco, del continuo deglutire per liberare la bocca dalla troppa saliva.
Fermi, con gli occhi chiusi, come gli scuri delle finestre sempre tappate, ma con la voglia di toccarsi che freme in corpo e fa muovere lentamente il braccio verso l’altro, a sfiorare ed esplorare con le dita le membra sudicie e sfatte.
Disperazione, dipendenza e desiderio gli fanno dimenticare di essere padre e figlia.
La mia mente malata e giudicante fabbrica congetture macabre.
Mi impongo di tornare nel presente, nella stanza e ascoltare.
Il vecchio si esprime con garbo e usa un tono servizievole di chi per lavoro è stato avvezzo a trattare con clienti. Infatti, mi dirà che ha avuto un locale importante in città che poi è stato costretto a lasciare. Non entra nei particolari del perché e poi non sono affari miei.
Mi racconta la caduta, il ricovero, la convalescenza, la sua voglia di alzarsi dal letto per andare in bagno e non pesare sulla figlia.
Evito di chiedere se l’incidente è avvenuto perché aveva bevuto troppo oppure per altre cause.
Visto che è meno sulle difensive, propongo nuovamente di aprire almeno un poco la finestra. Rifiuta la mia richiesta, ha paura di prendere freddo, – tra poco soffoco.
Gli faccio fare degli esercizi per valutare forza e capacità di muoversi. Se la cava abbastanza, d’altronde è pelle e ossa: l’alcol, in certe fasi della dipendenza, nutre e mantiene in linea.
Decido di fargli fare qualche passo per casa per capire se è in grado di muoversi, magari aiutato. Sono curioso di vedere lo stato del resto dell’appartamento. Sento però, un brivido di ribrezzo toccando il suo pigiama pieno di chiazze di dubbia origine e tenendo quella mano che da giorni non viene lavata. Stringo i denti, penso ad altro e lo aiuto. Mentre si alza, si sprigiona una calda folata che olezza dell’urina stantia che inzuppa il pannolone. Ci vorranno giorni per eliminare tutto questo fetore che mi si sta depositando addosso.
Riesce a camminare con poco aiuto nonostante l’attrito dovuto al pavimento sporco e appiccicoso. Giriamo per alcune stanze, quelle che lui ha voglia di far vedere, una è chiusa, non ha intenzione di entrarci. Magari lì dentro c’è il corpo mummificato della moglie tenuto come una reliquia, oppure ci sarà una distilleria abusiva.
Entriamo in sala da pranzo, la porta si apre con difficoltà lasciando per terra semicerchi sullo strato appiccicoso. Sporco ovunque, una padella incrostata di cibo giace in equilibrio su un fornello della cucina, un tempo bianca smaltata, ora incastonata da residui e macchie di antiche cotture. Il tavolino, in origine bianco, ha il colore della fuliggine. Il paralume ha un dito di polvere uniforme. Anche qui bottiglie di prodotti alcolici brillano vuote nella luce polverosa. Ma quanto spendono in alcol?
Il vecchio non ha alcun imbarazzo per lo stato pietoso della casa.
Continuiamo a camminare.
Improvvisamente perde i sensi e si accascia: rapido afferro una sedia che ho vicino e vi sprofonda. Ha perso conoscenza. Il viso è ceruleo e la pelle fredda. Inizia a rantolare. La testa si piega da un lato.
Sento il cuore che mi batte, la pressione sale. Ho un gran caldo e sono agitato. Sudo. Non mi sono tolto la felpa perché mi faceva schifo appoggiarla in quel letamaio. Cazzo che faccio, questo mi sta morendo. No, aspetta, non andartene vecchiaccio, non mi lasciare nella merda.
Urlo alla figlia che pare indifferente: “Chiami il 118, questo sta male!”
Mi guarda con espressione da ebete, ma negli occhi ha un guizzo di sadismo: “No, non importa, poi si riprende! È già successo.” dice con voce monotona e cantilenante.
Mi guarda a distanza, senza muovere un dito mentre, con estrema difficoltà, cerco di trascinare la sedia senza farlo cadere. Il nostro passaggio lascia linee di colore: le gambe di legno grattano lo strato di sporco facendo riaffiorare la fantasia delle mattonelle.
Arrivo in camera per sdraiarlo, sperando che riprenda conoscenza.
“VENGA AD AIUTARMI!”
“No. No. Non posso fare sforzi.” Risponde con indifferenza.
Da solo, ancora con lo zaino in spalla, cercando di non sporcarmi tra quei mobili laidi, riesco a metterlo supino e sollevargli le gambe.
Controllo se la situazione migliora. Lo chiamo a voce alta. Lo scuoto. Ecco, riprende colore, non rantola più. Apre gli occhi. Non ricorda niente di ciò che è successo, però ha una richiesta urgente: “Solitamente prima di pranzo mi faccio un aperitivo, potrei bere un goccetto per tirarmi su?”
Ora che il pericolo è passato e il mio tasso di adrenalina è ancora alto, vorrei urlagli improperi e accidenti a lui e a quel mostro di figlia, invece riesco a mantenere la calma perché voglio scappare al più presto da questa casa.
“Forse è meglio di no. Ora chiamo il suo medico per informarlo dell’accaduto. Sarà lui a decidere. Comunque, una volta che sono uscito da questa casa può fare ciò che vuole.”
Rimango un attimo a guardare sgomento le condizioni dell’apparecchio telefonico. Ho una forte repulsione ad afferrare la cornetta impastata di sudicio ed avvicinarla all’orecchio.
Voglio solo andare via.
Mi rivolgo alla figlia: “Senta, chiami lei. ALMENO QUESTO SFORZO LO PUO’ FARE!”
“Ma cosa devo dire?”
Dalla finestra filtra una lama di luce dorata che illumina le particelle di polvere sospese. Guardo l’orologio e mi accorgo che da due ore sono in questa casa: troppo!
I germani adesso saranno accucciati al sole.

Giuseppe Fabrizio Ernesto Coco

Giuseppe Fabrizio Ernesto Coco, 3 nomi e altrettante personalità, nato a Catania, il secolo scorso, vive a Firenze. Ha pubblicato alcuni saggi e testi divulgativi, sullo stile di vita etico, tra i quali Sowa Rigpa (Infinito Edizioni) insieme a Franco Battiato e Il pasto gentile (Infinito Edizioni). Spinto dal desiderio di avventurarsi nel mondo della narrativa ha frequentato dei corsi online della Scuola Holden e non solo. 

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