LA STAGIONE DELL’AMORE

Aveva finito da venti minuti gli asana yogiche fatte con ritualità quotidiana. Erano un obbligo per mantenere il corpo flessuoso.
Ora nella cucina spaziosa, beveva una centrifuga appena fatta, Fiorella Mannoia dall’impianto stereo cantava La stagione dell’amore. Tra un sorso e l’atro consultava l’iPad per cercare d’imbastire una ricetta facile, sana e dietetica. Mentre stava armeggiando tra utensili, essiccatore e vaporiera si sentì disturbata da qualcuno che entrava ed apriva il frigo.
“Scusa Cla, ma dove hai rintuzzato quella fetta di pastiera? Qui non la vedo!”
“Fetta? Direi un rimasuglio. Era da una settimana in frigo e non ne potevo più di vedere quel piatto che ogni giorno diventava più piccolo con sopra quella melma bianchiccia avvolta dalla pellicola.”
Lo disse con una punta di astio mentre con lo spelucchino nettava due mazzi di bietole da costa biologiche, piene di terra incollata alla base dei gambi.
“Allora l’hai buttata?”
Chiese Ciro, voce bassa e corpo massiccio di chi si sfinisce a fare pesi in palestra. Deluso, gli toccò ingoiare l’acquolina che si era formata all’idea di sciogliere in bocca gli ultimi morsi del dolce.
Il ritmo sostenuto del taglio delle verdure era scandito dal tonfo sordo della lama che batteva sul tagliere. Concentrata nella preparazione, rispose:
“L’ho nascosta o forse l’ho buttata…prova a guardare nel cesto dell’umido. D’altronde cercare tra i rifiuti fa parte del tuo lavoro? O no!”
“Fai tanto la purista, ma quando ti comoda non ti fanno schifo i miei soldi per andare a fare i weekend depurativi, mistici, crudisti…Ah, stavo a scurdà, i bagni di silenzio dentro le capanne sudatorie! A casa però aria condizionata a palla.”
Sentì la rabbia montare e il viso avvampare. Per calmarsi fece alcuni respiri e prese un bicchiere d’acqua.
“Spendo i tuoi soldi, solamente per darti l’impressione che servi a qualcosa.”
L’ultima sillaba fu accompagnata dal rumore secco e profondo della lama battuta con forza, sul tagliere in legno d’ulivo.
Ciro con un sorriso ironico: “Ma che stai a dicere, con quella miseria che pigli col cavolo che ti potevi permettere i weekend co’ quelle cifre.”
Claudia adesso teneva l’arnese come se volesse infilzare le verdure: “Comunque era una settimana che quella schifezza, al gusto insipido di zucchero, omaggio dalla tua cara mammina, transitava nel frigo. Probabilmente era pure diventata acida.”
Lentamente le rispose: “Mai come lo sei diventata tu, ultimamente.”
Impulsivamente gli lanciò addosso l’acqua che aveva nel bicchiere.
Restarono fermi e ammutoliti per attimi che sembrarono non passare mai.
Dalle casse dell’impianto Hi-Fi, Spotify stava diffondendo un arrangiamento cameristico su cui svettava la voce calda e melodiosa di Franco Battiato mentre interpretava: C’è voluto del coraggio ad invecchiare senza diventare adulti.
Claudia strinse con tanta forza il manico del coltello che le nocche della mano le diventarono bianche come quelle di un morto. Sentì crescere la necessità di compiere un gesto plateale, imprimere un segno, come quelli corporali che sua madre le lasciava addosso quando da bambina, disobbediva.
Decise: il tagliere d’olivo, albero della pace, con le suadenti venature, avrebbe segnato il corpo ma soprattutto l’animo arrogante di Ciro, che pieno di rancore, si allontanava.
Mentre afferrava l’oggetto da scagliare, gli apparve Tara Verde, contornata dalle sillabe luminose del suo mantra che le ruotavano intorno al corpo.
Riemerse il ricordo dell’iniziazione ricevuta un paio di settimane prima: la pace che aveva provato. Al termine di quei giorni, mentre ripartiva, si chiese: Ma che me ne farò di tutto quello che ho imparato? Avrò la costanza di meditare e recitare il Mantra?
Ora aveva modo di richiamare l‘energia femminile di Tara, colei che aveva sfidato la cultura del suo tempo riuscendo ad ottenere l’illuminazione pur non essendo uomo.
In quella cucina Claudia non pensava a raggiungere l’illuminazione, gli sarebbe bastato non adirarsi e dimostrare la propria forza.
Spostare l’attenzione la condusse in un frammento di vita senza tempo, un fermo immagine, in cui riusciva a osservarsi da fuori: tesa, muscoli contratti, denti serrati, pronta a scagliare qualcosa per colpire.
Capì che così facendo avrebbe danneggiato anche lei, facendola cadere nel vortice dei sensi di colpa e dei peccati da espiare: sensazioni con cui era cresciuta.
Senza pensarci iniziò a recitare il mantra, prima mentalmente poi socchiudendo le labbra: OM TARE TUTTARE TURE SOHA. Concentrandosi su quelle sillabe i muscoli si distesero, diminuì la tensione, sentì il respiro farsi più lungo. Si rese conto dei caldi colori pastello della cucina, della luce naturale che penetrava di taglio e illuminava un angolo facendo luccicare la batteria di pentole. Percepì l’odore un po’ ferroso della bietola mescolato a quello dolce e corposo delle patate che cuocevano a vapore, ma anche il sottile profumo di legno oleato e verdura fresca provenire dal tagliere che solo pochi istanti prima avrebbe voluto usare come un’arma.
Spense la musica e continuò a ripetere: OM TARE TUTTARE TURE SOHA, seduta sulla sedia dietro il bancone da lavoro, mentre le pietanze raggiungevano il giusto punto di cottura.
OM TARE TUTTARE TURE SOHA. Continuò senza sosta, per più di mezz’ora.
Capiva che questo salmodiare le faceva bene, metteva distanza fra le sue emozioni e la realtà dei fatti.
Rumori arrivavano dall’altra parte della casa: Ciro stava armeggiando.
Lei restava tranquilla.
Non si allarmò neanche quando percepì le ruote di un trolley scivolare sul parquet.
In un altro momento si sarebbe infuriata, perché non voleva assolutamente che si facessero rotolare le valigie: potevano rigare il legno.
Sentì la porta chiudersi e il suono monotono dell’ascensore, poi silenzio.
Di questa sera ricorderà nitidamente solo le sensazioni provate durante la recitazione del mantra e le intuizioni sulla sua vita.

Oggi alla luce solare, Claudia, guarda muovere le dita dei piedi nudi, sorride, pensando che fino a qualche mese fa si vergognava a mostrarli. È seduta a gambe incrociate, nella posizione del loto, difronte a uno Stupa donato, da un famoso Lama tibetano, a questo rifugio per animali salvati. Sotto un caldo sole autunnale inizia la meditazione sul respiro.
Delle mosche le ronzano intorno e dei ciuffi di capelli si muovono all’aria solleticandole la fronte e le guance. Cerca di non farsi distrarre.
Nello spazio intorno, si scaldano e poltriscono un asino dal pelo irsuto e lo sguardo pacioso, due rubicondi maiali sdraiati su un cumulo di paglia e un pony un po’ stizzito color ambra, con una lunga criniera bionda.
Sente il rumore del respiro emesso dalle narici e quello ritmato di code e criniere per allontanare gli insetti. Odore di terra, fieno, escrementi di animali essiccati al sole. Il profumo di fiori, di foglie d’alberi scaldati dal sole e mossi dall’aria.
Prova a concentrarsi sul corpo, ma è catturata da ciò sente intorno. Percepisce la forza di queste creature salvate da una vita di orrori e da morte prematura.
Lei si sente una scampata alle tante paure che la sovrastavano: invecchiare, ammalarsi, non essere all’altezza, non avere l’abito giusto, i capelli in ordine. Era convinta che tutto il mondo doveva roteare intorno a lei.
Da quella sera aveva continuato con la meditazione su Tara. Da mesi approfondiva la questione, per lei vitale, buddismo e animalismo, aveva letto vari testi, fra i tanti preferiva quelli di Matthieu Ricard. In questo cambio di prospettiva, aveva capito che il progresso e la sopravvivenza dovevano per forza iniziare dal rispetto verso gli animali.
Dopo aver visto video di allevamenti, salvataggi, liberazioni animali, ha provato a immedesimarsi in colui che viene consumato, condannato a morte e ad atroci sofferenze per un’unica colpa: essere nato bestia.
Ora è riuscita a staccare per dieci giorni dallo studio legale. È venuta a fare volontariato e respirare l’aria di questo luogo imbevuto di storie iniziate in modo atroce e finite bene. Qui si sente rigenerare. Lavora, fatica, suda, si muove, contornata da animali da reddito che passano le loro giornate a fare quello che dovrebbe essere nella loro natura: vivere liberi.
Mentre fornisce il foraggio alle mucche pensa: nella mia natura cosa mi rende felice?
Un susseguirsi di immagini, parole e suoni, come uno zapping.
Guarda i bovini pezzati, statuari e flemmatici, mentre tra cinguettii e il soave fruscio delle foglie, sente il rumore lontano delle macchine.
Dal casottino che funge da deposito, escono le note di una versione un po’ sciatta di Centro di gravità permanente cantato da Mika.
Prima di partire aveva chiesto a Ciro se era disposto a cambiare e far crescere il loro rapporto.

Lui ogni sera riceve una mail, in cui Claudia racconta alcune delle cose vissute durante la giornata. Leggere i resoconti lo lascia perplesso: Ma io non ho parole, passa la giornata a faticare come un guardiano di uno zoo. Ha perso proprio la testa!
Dentro però, qualcosa è cambiato: non riesce più a guardare con lo stesso sguardo di prima, la carne nel piatto o la ricotta delle sfogliatelle, di cui è golosissimo. Li addenta, ma invece di sentire il piacere edonistico del gusto percepisce il peso di ciò sta facendo. Avverte che mangiare certi alimenti è un feroce gesto egoistico fatto verso il futuro e nei riguardi di animali indifesi. Però non riesce a cambiare le sue abitudini, vuole che conoscenti e amici, lo vedano sempre come un maschio alfa: strafottente, mangiatore di carne e gaudente.
La sera s’incontra con gli amici, trascorrendo il tempo tra bevute e chiacchiere futili.
Al rientro sente un senso di vuoto allo stomaco e un groppo alla gola che cresce senza riuscire a esplodere. Spalmato sul letto a faccia in su, guarda il soffitto bianco dove passano le immagini degli anni vissuti insieme a lei.
Si dibatte su quale decisione prendere fino a quando, spossato dalla stanchezza, il sonno non ha la meglio.
Un pomeriggio, rientrato prima dal lavoro, in attesa che arrivasse l’orario per celebrare l’ennesima vuota serata con gli amici, si mise a cercare un libro tra quelli di Claudia. Le manca.
Leggere qualcosa di suo era come averla accanto. Tra i tanti scelse Il gusto di essere felici, un titolo semplice e invitante: in fondo si era sempre chiesto che cosa fosse la felicità.
Lo apre e nella prima pagina trova scritto un appunto, quasi un monito: Che cosa resterà di me, del transito terrestre, di tutte le impressioni che ho avuto in questa vita. Mesopotamia.
Aveva già sentito quel verso, ma non ricordava dove. Lo rilegge. La paura di una vita vuota gli fece accelerare i battiti cardiaci.
Fermo, sdraiato sul divano, rimane in casa.