UN TRONO CON LE RUOTE

Arriva con passo sostenuto che schiocca ritmicamente sul pavimento; posizione impettita, ancheggia come se sfilasse sul red carpet.
È una donna giovane, di aspetto piacevole: sulla carnagione appena olivastra del viso minuto spiccano grandi occhi scuri, brillanti e vivaci, incorniciati da ciglia lunghe e ha labbra ben disegnate e polpose. Capelli lunghi, mossi, scuri e lucidi, se puliti. D’altronde se avesse un mestiere, farebbe la parrucchiera.
Quando esagera col trucco e si veste con abiti troppo attillati diventa volgare e sembra una puttana. Forse lo è stata davvero, per necessità,
Invece stamattina, siccome fuori fa freddo, con le guance arrossate e una soffice fascia di lana bianca intorno alla testa, che le illumina il viso, sembra una ragazzina.
E’ in Italia da dieci anni e ancora ha problemi con l’italiano. A mala pena traccia la sua firma; avere certe difficoltà può anche essere un vantaggio. Dimentica gli appuntamenti, arriva in ritardo, oppure passa quando vuole.
Cammina sui tacchi con disinvoltura, spingendo il passeggino: conosce la strada, anche se la palazzina della ASL ha una struttura un pò labirintica, perché Leo, suo figlio, ha bisogno di cure da quando è nato, e adesso ha cinque anni e mezzo.
Si ferma davanti a una delle porte, bussa; senza aspettare una risposta apre uno spicchio e si affaccia dentro “noi siamo arrivati, dottoressa”
La NPI (Neuro Psichiatra Infantile) deve concludere un incontro. I gomiti appoggiati sulla scrivania, una mano a sorreggere il mento, le lancia un’occhiata di traverso: accigliata e con tono severo risponde “ho ancora qualche minuto, deve aspettare”.
Tra la fine del corridoio dove affacciano le stanze dei medici e l’inizio del successivo, degli ambulatori della Riabilitazione per l’Età Evolutiva, si trova la sala d’aspetto. Una stanza troppo piccola, con pochi posti a sedere. La luce elettrica è sempre accesa e l’aria è sempre pesante; ci sono due finestre che affacciano sul cortile alberato, ma sono bloccate da quando qualcuno ha provato a buttarsi di sotto. Il riscaldamento esagerato facilita lo sprigionarsi dei miasmi umani: un misto dolciastro di sudore adolescenziale, capelli che hanno bisogno di uno shampoo, vestiti intrisi di odori di sugo e fritto e aliti pesanti. Ad aspettare in un simile posto ci si intontisce. Se non ci sono bambini troppo rumorosi, qualcuno si addormenta e magari russa.
La dottoressa guarda oltre la sua scrivania, più in basso, quel bambino minuto e silenzioso; accenna un sorriso che vorrebbe essere gentile e gioioso ma riesce male, ed esprime solo una gran pena.
Leo ha un piccolo volto ovale, non paffuto, gli occhi scuri e le ciglia lunghe. Si guarda intorno. Non parla e ancora non è chiaro quanto sia compromesso dal punto di vista mentale. La tetraplegia distonica non gli permetterà mai di camminare, neanche con appoggio. Non sarà mai autosufficiente.
“Io conosco mio figlio. Leo è forte, coraggioso, sa quello che vuole. Siamo tutti così noi, nella nostra famiglia: noi siamo Serbi puri.” Mentre lo dice si raddrizza sulla schiena, come se volesse onorare questa origine, mostrando la propria determinazione.
“Lui vuole camminare, le sue gambe funzionano, le muove. Perché dite che deve spostarsi in carrozzina e non usare le gambe? Io preferisco che muova le gambe”.
Gli occhi scuri della donna aumentano di lucentezza e si arrossano impercettibilmente. Non vuole piangere davanti al bambino.
La dottoressa l’ascolta mentre giocherella: le sue dita lunghe e ossute fanno tamburellare una penna sull’agenda aperta sulla scrivania; con pazienza mista a noia ripete “quei movimenti del bambino non potranno mai permettergli di reggersi sulle gambe e camminare”.
Con la maggior gentilezza possibile conclude “Ha cinque anni, ormai. Per lui il passeggino non è più adatto. Proviamo a vedere se facendo esperienza, riesce spostarsi da solo, in carrozzina”.
Poi rimangono alcuni attimi in silenzio, ognuno emozionato per conto suo.
A lei balenano nella mente tutte le botte che hanno preso loro due: lei e lui, nella sua pancia.
Bussano con energia. Entra la Fisioterapista “Buongiorno signora, ciao Leo. Dottoressa è arrivato il tecnico ortopedico con la sedia. Facciamo la prova?”
La sedia a rotelle ha il telaio rosso metallizzato e sui copri ruota ci sono disegnate le macchinine del cartone animato Cars, che a Leo piacciono tanto.
“Stai tranquillo, amore, adesso la provi”: anche lei è emozionata come il figlio che si agita, con gioia scomposta, sul passeggino: scalcia, allarga le braccia, estende con forza il tronco e manda indietro la tesa mentre vocalizza delle grida.
Il tecnico ortopedico ha la corporatura e le movenze potenti e pacate di un gigante buono: in un silenzio concentrato, maneggiando chiavi a brugola di varia dimensione, finisce di preparare l’ausilio perchè sia più adatto possibile al piccolo paziente.
Ora Leo, seduto sulla carrozzina, ha l’aspetto soddisfatto e fiero di un re che ha appena conquistato il trono; adesso è fermo, come si addice ad una situazione solenne; con gli occhi sorridenti e le guance arrossate.
Il suo sguardo vivace interroga gli adulti. “Leo tolgo i freni alla carrozzina, così provi a muoverti” la Fisioterapista si è abbassata davanti a lui e lo guarda in faccia, mentre gli parla; poi accompagna le mani del bambino ad afferrare il corrimano delle ruote.
La struttura in lega di alluminio è leggera: lui riesce a imprimere alla sedia un piccolo movimento e si sposta.
Sono battiti di mani e grande incoraggiamento da parte di tutti “bravo Leo, sei bravissimo!”
Poi la mamma, solleva lo sguardo luccicante dal bambino e con un filo di voce: “Va bene, prendiamola questa carrozzina, a lui piace”.

Enza Resili

Ho sempre scritto volentieri, anche prima di imparare davvero, quando facevo finta. In cinquant’anni di vita non mi sono mancate le occasioni. Ho scritto per studio e mi ha reso il liceo scientifico più semplice da sopportare. Ho scritto per disperazione e per felicità, le mie confessioni al diario, da adolescente. Ho scritto molto per amore; e sono stata ricambiata d’amore e di scritture. Ho scritto alle amiche, con la penna, sulla carta, quando non si usavano le mail; tengo ancora quelle lettere, anche se le persone nella mia vita non ci sono più. Ho scritto quaderni neri di sfogo arrabbiato, di ingiurie e offese pesanti, per evitare di farlo a parole. Ho scritto la storia della mia vita, per spiegarla alla psicologa e farmi aiutare a capirci qualcosa di più. Negli ultimi tempi mi piace scrivere storie fatte di un impasto di vita vissuta, osservazioni silenziose, ascolto e fantasia. Provo a farle leggere e aspetto di vedere che succede. 

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